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NEW YORK, MARATONA DELLE MERAVIGLIE PER IL C.C. ROMA

Lo fai perché New York è New York e perché correre la maratona nella Grande Mela ti riempie il cuore d’orgoglio. Novello Filippide che muore all’arrivo ma gridando “Abbiamo vinto”. Lo fai per una medaglia, un souvenir. Dunque per dire “Io c’ero”. E perché quell’immondo festival dei trigliceridi che risponde al nome di “hamburger” all’arrivo è più buono. La cosa più buona che tu abbia mai mangiato, anzi.

Lo fai perché ti chiami, per esempio, Franca Fiacconi e hai contribuito a scrivere la storia dell’atletica italiana. Oggi alleni i runner del Circolo Canottieri Roma e lì, a New York, domenica scorsa avevi un conto in sospeso. Sì, perché tu quella gara l’hai vinta e proprio domenica festeggiavi i vent’anni da quel successo. Hai chiuso in 3 ore e 10 minuti netti, che non sono il 2h25:17 di quel giorno di novembre del 1998 ma rende l’idea di quante pagine sei riuscita a scrivere.

Lo fai perché, come Tommaso Piroli, devi vincere una sfida con te stesso. Non l’unica. Qualche tempo fa la sfida si chiamava “tornare in forma”, bruciare grassi su grassi, aiutato da Paolo Malfatti nella palestra del Circolo, dopo che una bilancia maledetta arrivò a segnare 100 kg. Oggi, invece, te ne tornerai in Italia felice e con un tempone sul cronometro: 2h59:19. La tua prima volta sotto le tre ore. Un’impresa che gli amici rimasti a Roma hanno seguito grazie a un’app che tracciava tutta la tua gara. E su quell’app – un pupazzetto virtuale e numeri che scorrono – un tifo indiavolato.

“Ho vissuto qualcosa di incredibile – racconti allora – Finita la gara ho trovato 685 notifiche Whatsapp sul cellulare. Addirittura un messaggio di Paolo in lacrime. Grazie, grazie mille a tutti. Non pensavo a un tale seguito, non pensavo nemmeno di farcela, a dire il vero. Franca mi aveva dato ben altro ritmo da seguire, quello che secondo lei sarebbe stato perfetto per me. Io invece mi sono intrufolato e alla partenza sono riuscito a stare dietro di lei. Il freddo? Micidiale e l’ho affrontato senza la felpa, dimenticata in albergo. Fortuna che non c’era tanto vento e c’era il sole. E nei tratti di sole ho cercato di correre. Le emozioni? Micidiali anche quelle. L’inno alla partenza, il rumore degli elicotteri, lo sparo del cannone,… Avevo i brividi. Non sono partito velocissimo e, appena ho raggiunto Franca, le ho detto che era tutto fichissimo. Poi ho cominciato a guardare il mio bracciale, che mi segnava il ritmo giusto per fare la gara sulle tre ore. Arrivato a Queensboro, ho trovato questo colosso che spingeva come un matto ma che aveva il mio stesso passo. Per un po’ gli sono stato dietro, poi mi ha lasciato lì e, attorno al trentesimo chilometro, ho cominciato ad avvertire dolori su tutti i muscoli dalla vita in giù. Mi sono messo a fare un lavoro mentale ripetendomi ‘Io questa non la fallisco’, ‘Io questa non la fallisco’,…”.

Lo fai perché, come l’over 40 Alessandro Tornaghi, vai a New York per correre e raggiungere un obiettivo. Fermo restando che comunque andrà hai vinto. E quell’obiettivo lo tieni con te, sul cuore, per poi farlo volare via nel cielo di New York. Tempo: 3h46:45. Meta raggiunta.

Anche per te è “tutto incredibile. Un’esperienza straordinaria. Soltanto se la provi ti accorgi di cosa significhi correre 42 km e con la gente a bordo strada che ti incita, ti sostiene. Dura, durissima, ma irripetibile”.

Lo fai perché si chiama Maratona di New York e tu ne hai fatto parte.

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